a Naked View 

La realtà, senza fregature.
13 Gennaio 2010

Humpty Dumpty e il dominio delle parole


«Quando io uso una parola», disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante, «essa significa esattamente quello che decido io ... né più né meno.»
«Bisogna vedere», rispose Alice, «se lei può dare tanti significati diversi alle parole.»
«Bisogna vedere» replicò Humpty Dumpty, «chi è che comanda... ecco tutto.»

(Lewis Carroll, 1871,Alice Attraverso lo specchio)

Dal suono alla parola

Il linguaggio verbale è certamente lo strumento di comunicazione umana più importante. La sua evoluzione, a partire dai più semplici suoni onomatopeici, ha permesso di esprimere complicati concetti astratti e di condividerli con individui della stessa specie, contribuendo così a creare le prime tribù umane. Se tuttavia il rapporto tra un suono onomatopeico e il suo significato è evidente, appare molto più misterioso il rapporto tra significato (il senso della parola) e significante (il suono o il segno) nelle parole che usiamo comunemente. Non c’è nulla infatti nella parola “albero” che ci indichi una pianta, o nella parola “casa” un’abitazione. Persino un’accurata analisi etimologica delle parole lascia irrisolto questo mistero, rivelando l’arbitrarietà insita nel linguaggio.


Ciò su cui però possiamo contare è che il significato delle parole sia condiviso. Poco importa se dico “casa”, “home”, oppure “weehindjgreygfvfr” per indicare un’abitazione, l’importante è che anche per i miei interlocutori a tale significante corrisponda lo stesso significato che io gli attribuisco. Ma, mentre tale accordo è relativamente facile da raggiungere per le parole che indicano oggetti concreti, risulta molto più complicato quando ci troviamo di fronte a parole che designano concetti astratti come “libertà”, “pace”, “amore” ,“peccato”, “bene” etc… In questi casi la negoziazione di significati rappresenta, nella comunicazione umana, più la regola che l’eccezione.


La fabbrica delle parole

Sarebbe un errore considerare le parole e i loro significati come qualcosa di statico. Infatti, accanto al significato ufficiale delle parole che troviamo nei dizionari, esiste un significato privato, una coloritura emotiva che ciascuno di noi proietta sulle parole in base alla propria esperienza personale. Inoltre, il linguaggio umano si rinnova di pari passo con i cambiamenti sociali, adattandosi al clima politico, morale e culturale di una data epoca. Le parole somigliano quindi più a dei contenitori elastici, malleabili, adattabili alla sensibilità dei tempi, piuttosto che a delle forme fisse.

I mezzi di comunicazione di massa rivestono un ruolo di primaria importanza nella costruzione e diffusione di significati; non solo per quanto riguarda la ridefinizione delle parole, ma anche per la decodificazione stessa della realtà. Come notava J.L. Borges: << Stampando una notizia in grandi lettere, la gente pensa che sia indiscutibilmente vera >>. Attraverso la narrazione dei fatti, i mass media propongono un modo di percepire la realtà, imponendo valori, suggerendo visioni del mondo. Non a caso i gruppi politici da subito si sono serviti dei mezzi di comunicazione di massa per creare consensi. Ciò appare in modo manifesto soprattutto nelle dittature, dove attraverso la propaganda il regime manipola pesantemente e metodicamente la narrazione dei fatti per volgerli a suo favore. Nelle democrazie moderne invece tale meccanismo si rivela in forme più sottili e sofisticate, ricorrendo a elaborate finezze linguistiche.


Una parola dentro una parola: il Re fa rullare i tamburi

L’esempio più eclatante, che non sarà sfuggito neanche ai meno smaliziati, può essere la campagna sulla “missione di pace” del governo Bush, dietro la quale si celava in realtà un’azione militare contro l’Afghanistan. In questo caso le parole non servono più per descrivere, ma per persuadere. Attraverso la manipolazione delle parole, un significato viene alterato proponendone al suo posto uno più accettato dalle masse: la parola “guerra”, che ha una connotazione nettamente negativa, viene sostituita con la parola, più rassicurante, “pace”. In questo modo la campagna del governo Bush può utilizzare tutti i temi associati al frame “pace”, cioè tutte le parole da essa evocate, come ad esempio “bene”, “serenità”, “armonia”, “felicità”, “sicurezza”, facendo così breccia sulle emozioni positive della gente.


Per chi si chiedesse se tale manipolazione sia etica, se cioè non sia un imbroglio attribuire << tanti significati diversi alle parole >> beh, anche i bambini lo sanno: << Bisogna vedere chi è che comanda... ecco tutto. >>



by Dr. Davide Lo Presti condividilo su Facebook Condividi e lasciami un tuo commento

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2 commenti, per adesso

Aldo 23 Jun 2010

Ho notato lo stesso fenomeno in riferimento al lemma «razzismo» e ai suoi derivati, oggi utilizzati in modo improprio e strumentale allo scopo di escludere la possibilità di dibattito su determinati temi. «Razzismo», nel suo significato letterale, ha a che fare con un utilizzo delle distinzioni razziali che supera gli aspetti tassonomici per diventare occasione e pretesto per discriminazioni anche gravi tra persona e persona.

Da qualche tempo, il suo significato è stato trasformato in modo da incorporare nel razzismo (giustamente riconosciuto come un atteggiamento deprecabile senza se e senza ma) anche concetti più sfumati, un tempo indicati da espressioni come «intolleranza», «insofferenza», «incompatibilità culturale» e così via. Lo scopo? Rendere, come dicevo, IMPOSSIBILE affrontare un dibattito pubblico nel quale i movimenti migratori vengano affrontati non in modo pilotato e preconcetto, ma con equidistanza di posizioni: chi considera quei movimenti inopportuni, indipendentemente dalle ragioni che adduce, è immediatamente e impropriamente bollato come «razzista», il più infamante degli appellativi, allo scopo di chiudergli la bocca. Evidentemente "chi comanda" vuole questo, e non si preoccupa certamente di quello che potrebbe volere, potesse esprimersi liberamente e senza stigmi pilotati ad arte, il "popolo sovrano".

massimoesposito 26 Jun 2010

Articolo interessante, che dà l'essenza di un problema piuttosto trascurato nella nostra civiltà moderna, sul significato di certe parole astratte e la manipolazione dei significati, e l'uso degli eufemismi.
esistono parole, in tutte le lingue che esercitano una sorta d'incantesimo su chi le ascolta che va aldilà del rapporto semantico ufficiale e che generano emozioni, ricordi piacevoli o spiacevoli, e non solo i regimi, ma anche la pubblicità e la letteratura se vogliamo si sono avvalsi di questi meccanismi tipici della storia evolutiva del cervello umano. Il rischio è la comparsa di abili Manipolatori di queste parole, i così detti incantatori, in grado di sfruttare ad arte questo fenomeno umano, per raggiungere i vertici del potere e conservarlo: l'unico modo per far fronte a questo rischio e insegnare la libertà del pensiero nelle scuole, integrata ad un instruzione sugli strumenti per liberrsi da queste trappole mentali. Paradossalmente benchè in Italia si sia fatto tanto in passato con una scolarizzazione pubblica diffusa, e a suo modo libera, perchè in essa competevano ideologie socialiste e dottrine cattoliche, che hanno creato , per un certo periodo di tempo: sto parlando di quando io andavo alla scuola elementare, una specie di pseudo-varietà di pensiero; eppure nonostante questo, siamo andati a finire in mano al berlusconismo che della manipolazione del verbo ne ha fatto la sua ossatura portante, figurarsi se questo eccellente lavoro del passato non fosse stato fatto...

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