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La realtà, senza fregature.

I sommersi e i salvati


sommersi salvati

Perché dietro ogni ricchezza ci deve essere un furto?

Questa è una domanda che aleggia spesso nelle conversazioni che riguardano altre ricchezze. Quando si parla di chi e come mai è oggi ricco, si lascia sempre intendere, quando si esamina un po' più seriamente il come ha fatto, che agli inizi, ad un certo punto c'è stata una qualche azione o una qualche scelta, non proprio chiara, che però ha determinato le fortune successive. Una sorta di evento che ha esponenzialmente incrementato l'arricchimento. Bruciandone i tempi.


La realtà è che tutte le ricchezze, tutte le imprese, tutti i gruppi di persone tenuti assieme da vincoli di dipendeza e il cui scopo è fare un lavoro i cui proventi andranno ad arricchire i propietari sono, di fatto, segnati da comportamenti che per il meno che si possa dire, possono definirsi sleali.


Ma non siamo tutti sulla stessa barca?

No, dipendenti e proprietari non sono sulla stessa barca. A meno che non si intenda che uno è l'armatore e gli altri i marinai. Il ruolo dell'imprenditore è quello di mettere i capitali, quando servano e più avanti di indirizzare l'azienda. Ora, per guidare un'impresa, si deve utilizzare la possibillità che un ordinamento dà di imporre la propria volontà a persone con le quali il legame è di tipo economico e giuridico: in pratica, i dipendenti, poiché sono pagati e hanno firmato un contratto, devono sottostare alla volontà dell'imprenditore o del manager, se questi è stato investito di questo potere da parte del proprietario.


Quindi la situazione è quella in cui degli individui, che normalmente starebbero in situazione di parità, senza subordinazione alcuna, e con differenze legate principalmente a cosa ci si possa permettere in termini di potere di acquisto dei propri introiti, si trovano a dover render conto del proprio tempo. Della propria presenza nello spazio e quindi di dove si può o non si può essere in certi orari del giorno. Del tono delle proprie risposte. Del modo in cui si utilizzi il proprio tempo. Del perché si sia scelto di agire in un certo modo piuttosto che in un altro. E non solo come consultazione: come ad un amico che chieda la spiegazione di un nostro comportamento. Spiegazione che noi possiamo dare o meno, ma che in alcun modo (se non emotivo e morale) ci vincola nelle nostre azioni.


No, noi siamo obbligati nelle nostre azioni. Minacciati per i nostri comportamenti. Ripresi per le nostre abitudini. Redarguiti come bambini. E di noi si dispone come gli oggetti che stanno ad inventario, con la sola differenza che non abbiamo una targhetta metallica attaccata sulla pelle con il numero di matricola.


Non sono questi uomini costretti a comportarsi così?

Questi uomini che scelgono di comandare, di possedere e utilizzare altri uomini quasi che fossero dei prodotti e delle forniture, non sono costretti a farlo da una superiore spinta divina, da un fine ultimo migliore che ne giustifichi, se ciò è possibile, l'operato. Il loro unico, principale ed esclusivo scopo è il profitto.


Citando Keynes: "Quando l'accumulazione di ricchezza non rivestirà più un significato sociale importante, interverranno profondi mutamenti nel codice morale. Dovremo saperci liberare di molti dei princìpi pseudomorali che ci hanno superstiziosamente angosciati per due secoli, e per i quali abbiamo esaltato come massime virtù le qualità umane più spiacevoli. Dovremo avere il coraggio di assegnare alla motivazione «denaro» il suo vero valore".


La motivazione denaro, che muove questi uomini, i quali non esiterebbero a sacrificare il bene del prossimo per un aumento del proprio conto in banca, è da molti considerata più che onorevole. Per altri, il bene denaro, più è presente migliore è la qualità di una persona. Come se un pastore fosse da considerarsi una persona più degna di un'altro pastore solo perché abbia più pecore nel suo recinto.


E però questo è quello che ci troviamo a vedere e vivere tutti i giorni. Poiché se il potere di individui che si trovano nelle alte gerarchie economiche impedisce di avere una pubblica discussione sul tipo di civiltà che vogliamo (cioè una civiltà basata sul comune rispetto e sul valore degli uomini indipendentemente dalla loro posizione sociale e dal loro conto in banca), quello che si ottiene è una diffusa incapacità di gridare la nudità del Re e la schiavitù del suddito che non ha altra scelta se non quella di ritirarsi nel proprio solitario abbrutimento, a dispetto di un mondo che avrebbe tutte le qualità e le possibilità per essere vissuto oltre i giorni comandati e le ore di libertà, come fossimo detenuti nell'ora d'aria. Solo che quest'ora dura un po' più di 2 giorni.





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