a Naked View 

La realtà, senza fregature.

Signorsì: l’influenza sociale e l’obbedienza all’Autorità


Battaglione che marcia dietro un comandante

Liberi tutti!

Perché avete cominciato a fumare? Come mai state ascoltando proprio quella canzone? Perché pensate che certe cose siano moralmente giuste?


Normalmente ciascuno di noi tende a pensarsi come indipendente, libero dai giudizi della gente o dai condizionamenti esterni. Libero dai pregiudizi, libero dalla massa, libero dal conformismo. Crediamo che le nostre scelte derivino direttamente dalla nostra volontà o tutt’al più dalle nostre emozioni. Riteniamo che a decidere come comportarci sia sempre e solo la nostra coscienza, o comunque qualcosa di interiore riconducibile a nient’altro che a noi stessi. E se anche siamo disposti ad ammettere che qualcuno possa averci influenzati, pensiamo che in definitiva sia stata nostra l’ultima parola, e che le nostre scelte siano espressione solo e soltanto della nostra libera volontà.


Ma siamo sicuri che le cose stiano veramente così? Io dico di no.


Il Dr. Asch e l’esperimento delle asticelle maledette

Gli psicologi sociali ne sanno una più del diavolo. Date retta a me.


L’esperimento che rese (giustamente) celebre il Dr. Asch consisteva nel sottoporre un soggetto a un compito di discriminazione visiva. In pratica venivano mostrate tre asticelle di lunghezza decrescente, in modo che la differenza tra loro fosse facilmente visibile a occhio nudo. Il soggetto doveva riferire a quale di esse era uguale un’altra asticella che gli veniva presentata dallo sperimentatore. Ma fin qui la faccenda sembra piuttosto noiosa. Per renderla più interessante, il diabolico Dr. Asch pensò bene di istruire sette suoi complici a dare una risposta palesemente sbagliata, indicando tutti e sette l’asticella troppo lunga. Infine dispose che il vero soggetto dell’esperimento desse la sua risposta per ultimo.


I risultati dell’esperimento furono sorprendenti: il 75% dei soggetti si conformò al gruppo rispondendo in maniera sbagliata.


Interrogati sul perché del loro comportamento, alcuni soggetti riferivano di rispondere così pur essendo consapevoli di star sbagliando. Di fronte ai complici dello sperimentatore che rispondevano all’unisono in maniera sbagliata, i soggetti dell’esperimento non avevano la forza di opporsi, e trovavano meno stressante allinearsi al gruppo. Anche a costo di andare contro le proprie convinzioni.


Altri invece riferivano di percepire effettivamente l’asticella più lunga come uguale a quella campione. Ciò significa che in questi soggetti il bisogno di conformarsi all’opinione del gruppo era così forte da dar luogo addirittura a una vera e propria distorsione percettiva.


Nonostannte non ci fossero premi o punizioni in gioco, la pressione silenziosa di un gruppo compatto era sentita così forte che la stragrande maggioranza dei soggetti sperimentali non poteva fare a meno di conformarsi, andando persino contro una percezione della realtà autoevidente.


Elettroshock, please.

Un brillante allievo del Dr. Asch, il Dr. Milgram, condusse un altro esperimento davvero interessante. Spacciandolo per un esperimento sull’apprendimento (mai fidarsi degli psicologi sociali), reclutò 40 soggetti scelti a caso, tutti maschi, di età compresa tra i 20 e i 50 anni. Il vero fine dell’esperimento era di indagare i meccanismi attraverso cui si genera l’obbedienza all’autorità.


Il compito affidato ai soggetti era il seguente:


1) leggere coppie di parole (ad esempio “scatola azzurra”, “giornata serena”) ad un altro soggetto “allievo” - in realtà complice dello sperimentatore.
2) ripetere la seconda parola di ogni coppia accompagnata da quattro associazioni alternative, ad esempio: azzurra -> auto, acqua, scatola, lampada.
3) decidere se la risposta fornita dall’allievo è corretta.
4) nel caso sia sbagliata infliggere una punizione, che consisteva in una scarica elettrica, aumentando l’intensità della scossa ad ogni errore compiuto dall’allievo.


Le scariche elettriche andavano dai 15 volts ai 450 volts. Siccome però gli psicologi sociali sono sadici, ma solo fino a un certo punto, le scariche elettriche non venivano inflitte per davvero, e il complice dello sperimentatore simulava dolori via via crescenti all’aumentare del voltaggio.


Milgram rilevò che ben il 65% dei soggetti era disposto a dare scosse elettriche fino a 450 volts a un'impotente vittima che non aveva fatto nulla per meritare tale pena. E questo nonostante lo sperimentatore, nei casi in cui i soggetti si facevano degli scrupoli a infliggere la punizione, si limitasse semplicemente, con tono calmo e sicuro, a esortarlo in maniera blanda con frasi tipo: “continui per favore” o “è assolutamente indispensabile che lei continui”.


L’obbedienza all’autorità, in questo caso lo sperimentatore in camice bianco (ovvero il diabolico Dr. Milgram), era sentita dai soggetti come “dovuta”; anche se in realtà essi avrebbero potuto abbandonare l’esperimento in qualsiasi momento. Tuttavia disobbedire avrebbe creato in loro una condizione fortemente ansiogena. Ciò dimostra come esista in noi una predisposizione a obbedire all’autorità.


L’unione fa la forza. (Ma anche no)

Il bisogno di appartenere a un gruppo è fortemente radicato in noi. Esso si è dimostrato evolutivamente vincente, permettendoci in epoche remote di aggregarci ai nostri simili in modo da beneficiare dei vantaggi che lo stare in un gruppo comporta: protezione, cibo, trasmissione delle conoscenze, party notturni & maggiore possibilità di riprodurci. Chi era privo di questo istinto molto probabilmente si è trovato tutto solo a sfidare un leone. Ed è morto sbranato. Senza trasmetterci i suoi stupidi geni.


Altrettanto importante è l’obbedienza a figure che rappresentano l’autorità, poiché esse di solito possiedono conoscenze o competenze che si rivelano utili per gli altri. Pensiamo ai medici, poliziotti, insegnanti etc.


Le prime figure autoritarie che incontriamo nella nostra vita sono i genitori: da essi dipendiamo totalmente e, tranne che in rari casi, non vogliono altro che il nostro bene. Per questo motivo siamo abituati a fidarci, a mostrare deferenza e ad obbedire all’autorità.


Tuttavia c’è chi sfrutta abilmente questi nostri istinti per fregarci (strano, vero?).


Così il gruppo può esercitare delle pressioni - di cui noi possiamo anche non accorgerci coscientemente – trascinandoci a compiere azioni che in tutta sincerità non appoviamo, o a fare scelte che altrimenti non faremmo. È un’influenza silenziosa e pesante, ingombrante e minacciosa: il ricatto occulto dei molti. Fra le manipolazioni è la più insidiosa, la più difficile da riconoscere perché è capace, come abbiamo visto nell’esperimento del Dr. Asch, di creare delle distorsioni percettive, dandoci l’impressione che siamo noi stessi a decidere liberamente.


A tal proposito scrive Paul Watzlawick:
"Come Asch rivela, il fattore più spaventoso della resa cieca dei suoi soggetti è il desiderio profondo e radicato di essere in accordo con il gruppo. La premura di cedere la propria indipendenza, di rinunciare all'evidenza dei propri sensi per poter avere la soddisfazione tranquillizzante nonstante la deformazione della realtà, di sentirsi in armonia con il gruppo, questa è la sostanza che alimenta demagoghi e dittatori" (1976, pag. 85)


Alcuni possono anche sfruttare la nostra tendenza a obbedire all’autorità (chi l’avrebbe mai detto?) al fine di manipolarci, di limitare la nostra libertà , di usarci per fini che non ci interessano o che addirittura vanno contro i nostri personali interessi o contro il nostro sentire. Ma quest’ultimi sono più facili da riconoscere: di solito vengono chiamati “leader carismatici”.


Un consiglio spassionato: statene alla larga.




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Dr. Davide Lo Presti – Psicologo
Ordine Degli Psicologi della Toscana, Iscrizione all’Albo N°6319

Tel: 346. 76.48.810 - email: davidelopresti@alice.it

Riceve presso gli Studi Medici della Pubblica Assistenza
Via dei Martiri del 16 Marzo 1978 N°2
Borgo A Buggiano (PT)



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20 commenti, per adesso

leone 17 Nov 2010

bravo davide
vai avanti
preparami un vaccino anti-influenza sociale e mandalo in farmacia!
Leone

Maria Luisa 17 Nov 2010

Il fatto è che se sei anarchico come minimo ti ficcano in galera....

Dr. Davide Lo Presti 18 Nov 2010

Cara Maria Luisa, ti scrivo dal carcere di Rebibbia. Potresti portarmi delle arance? Mi servono per provare un vaccino anti-influenza sociale...
Scherzo!

Non credo che esista un modo per vaccinarsi definitivamente contro certi tipi di manipolazioni (non ci sono arance che tengono!). L'unica cosa che possiamo fare è aumentare la nostra consapevolezza. Ma anche così, state certi che qualcuno che ci frega c'è sempre. I meccanismi che stanno alla base dell'influenza sociale e dell'obbedienza all'autorità sono fortemente radicati in noi.
Quindi, occhio!

Ros 19 Nov 2010

Molto interessante questo aritcolo, gli esperimenti di questi scienziati e la conclusione che ne deriva. Vorrei sapere invece se esistono manipolazioni altrattanto latenti ma efficiaci per renderci "ribelli".
Grazie e buon lavoro

giulia 19 Nov 2010

rispondo a Ros. I ribelli non sono quasi mai arrivati a trasmettere i propri geni. Li hanno fatti fuori prima!

Ros 19 Nov 2010

Grazie Giulia... quindi vivi per miracolo?
A parte la trasmissione genetica, mi interessava sapere se come si può trasmettere con condizionamenti di vario tipo e origine, anche il fattore "ribellione" oltre che all'"obbedire".

Dr. Davide Lo Presti 19 Nov 2010

Il condizionamento è una forma di manipolazione attraverso cui si inducono i soggetti (umani o animali) a comportarsi in un modo prestabilito.
La ribellione invece è disobbedienza. E nessuno ti può condizionare a disobbedire: sarebbe un paradosso.
Nel momento in cui disobbedisci al condizionamento vuol dire che il condizionamento non ha funzionato.
Per fare un esempio, è come se io ti dicessi: "disobbediscimi". Il tuo disobbedire sarebbe in realtà un obbedire al mio comando.
Questo tipo di comunicazione paradossale, chiamato "doppio legame", è stato studiato da Bateson. A mio parere è un argomento interessantissimo e mi ero già prefisso di scriverne un articolo.
Stay Tuned!

Aldo 20 Nov 2010

Studi di questo genere (e soprattutto l'applicazione strumentale delle conoscenze acquisite) dimostrano la profonda mancanza di senso etico che caratterizza la specie umana nel suo insieme. Oppure, la morbosità irrecuperabile di una percentuale non irrilevante di individui. O entrambe le cose.

Personalmente affianco senza remore la manipolazione sociale al reato di circonvenzione di incapace, e chi la implementa al criminale che lo compie. Ovviamente, chi compie gli studi che danno accesso alle conoscenze necessarie per mettere in atto la manipolazione sociale ha un ruolo simile a colui che vende una pistola carica con la matricola abrasa a un noto assassino seriale.

Che dite? Sono troppo duro? Non credo proprio.

Fabio Rossi 20 Nov 2010

Intanto vorrei risondere ad Aldo.
Prima di condannare questi studi penso bisognerebbe considerare il fatto che se da un lato possono dare uno strumento in più a chi è intenzionato a manipolare il prossimo dall'altro permettono anche, e sopratutto, di difendersi da chi ci vuole manipolare. La conoascienza e la ricerca non dovrebbero mai essere condannate, mentre si dovrebbe seguire un etica nell'applicazione delle conoscenze.

Riguardo al fattore ribellione: penso che il Dr lo Presti abbia ragione se si parla di induzione dell'individuo A sull'individuo C a ribellarsi all'individuo A(paradosso) ma non escluda che l'individuo A posso indurre l'individuo C a ribellarsi all'individuo un B.
Invece riguardo all'esperimento dell'elettroshock simulato vorrei fare una domanda:
E' possibile che il soggetto dell'esperimento accettasse di dare la scarica invece di ribellarsi non tanto per soggezzione verso il dottore ma perchè quell'azione gli dava piacere? ovvero che accettasse di buon grado l'autorità del dottore non perchè disobbedire gli causava stress ma perchè l'atto di dare la scarica gli dava piacere e l'obbedienza all'autorità era un buon pretesto per rimuovere il senso di colpa?

Questa ipotesi giustificherebbe ad esempio la facilità con cui certa gente segue movimenti politici o ideologici che propongono idee xenofobe, razziste, violente. In genere questi movimenti offrono un pretesto per giustificare moralmente lo sfogo della propria aggressività.

Dr. Davide Lo Presti 20 Nov 2010

Riguardo all’esperimento di Milgram, può darsi benissimo che alcuni soggetti utilizzassero l’ordine impartito dall’autorità per dar sfogo a certe tendenze sadiche. Però a mio avviso il fattore di maggior rilievo nel determinare la condotta dei soggetti sperimentali (scelti a caso) è proprio la sudditanza istintiva verso l’autorità. Lo stesso ordine, impartito da una persona diversa, ad esempio dalla donna delle pulizie, avrebbe trovato maggiori resistenze. Nella vita reale, fuori dal laboratorio, invece ognuno per così dire si sceglie i suoi capi. Quindi chi ha particolari tendenze aggressive o sadiche, per trovare una legittimazione o una sublimazione, molto probabilmente finirà per arruolarsi nell’Esercito, o a fare il chirurgo. Quindi credo che il tuo ragionamento sia più appropriato nella vita reale. (Che tra l’altro è dove passiamo la maggior parte del tempo noi umani…)

Quanto alla “questione morale” nella scienza, per riprendere l’immagine della pistola usata da Aldo: la ricerca fornisce la pistola, tuttavia la stessa pistola può essere usata da un assassino seriale, ma anche dalla polizia per difendere tutti noi dal killer. Pensiamo agli studi di Einstein sulla relatività generale, utilizzati da altri scienziati per realizzare la bomba atomica. Non è cioè la scienza in sé a essere buona o malvagia, ma l’uso che se ne fa. E l’uso dipende dai ricercatori. O più spesso da chi li finanzia.

Aldo 20 Nov 2010

La controversia circa le responsabilità connesse all'uso "improprio" delle conoscenze risalgono a tempi piuttosto remoti. Argomentazioni incontrovertibili che permettano di risolvere tale controversia in un senso o nell'altro non se ne conoscono. Dunque, è lecito averne di personali.

Invece mi sento di contestare in modo oggettivo l'affermazione di Fabio «se da un lato [le ricerche] possono dare uno strumento in più a chi è intenzionato a manipolare il prossimo dall'altro permettono anche, e sopratutto, di difendersi da chi ci vuole manipolare». In effetti, per valutare questa possibilità occorre prima chiedersi qual è la "penetrazione" delle conoscenze e dei mezzi d'applicazione che dalle ricerche derivano rispettivamente tra le possibili vittime e tra i possibili manipolatori: difficile che un portinaio napoletano approfondisca l'argomento e possa agire di conseguenza, molto probabile che possa farlo un membro di qualche dirigenza di quelle che contano.

Lo sbilanciamento fa propendere per l'idea secondo la quale è interesse di milioni di portinai ed assimilati che non si svolgano quelle ricerche che garantiscono a poche manciate di dirigenti gli strumenti per un dominio sulle "masse" ancor maggiore di quello che già potrebbero avere coi mezzi "classici".

vito 29 Nov 2010

sono un espatriato da 43 anni
e dopo aver letto queste opinioni di diversi lettori mi e anche chiaro il perche quasi ci minacciano perche ritorniamo in italia!!!e il motivo é sicuramente quello che ci siamo sicuramente integrati nel o nei paesi che ci ospitano ma!! per gli italiani siamo rimasti arretrati almeno riquardo il punto di manipulazione,,mentale e non ci stiamo piu nel concetto politico mi dispiace che li mondo sta andando in questa maniera. saluto e ringrazio tutta la gente che si impegna nel`umanismoche sia italiano o di altre nazioni.

vitarella 02 Dec 2010

while we can't think ourselves
INTO NEW ways of living
we can live ourselves
INTO NEW ways of thinking...

naked view siete grandi!!

Pino 06 Dec 2010

A mio parere obbedire o non obbedire all'autorità dipende solo dalla convenienza individuale. Se per me è più importante il senso di appartenenza al gruppo, perchè mai dovrei mettermi da solo fuori? Perche rinunciare alla mia socialità? Siamo animali sociali e la nostra sopravvivenza dipende dalla coesione del gruppo, e quindi dovrei ribellarmi sono nel caso vedessi minacciata l'intera società a rischio di estinzione, altrimenti la mio ribellione potrebbe dare si qualche vantaggio al gruppo, ma il ribelle avrebbe solo svantaggi.

Ros 12 Dec 2010

Non capisco come si possa confondere l'individualismo con l'appartenenza al gruppo. Quando sento parlare di gruppo, mi viene instintivamente una specie di paura perchè di solito la parola gruppo viene etichettata con la parola appartenenza. ma l'appartenenza è una sorta di dipendenza, forse di assuefazione. Certi ci si può sentire di appartenenre a quasiasi cosa di cui condividiamo aspetti. Quindi normalmente si dovrebbe ricollegare l'appartenenza alla condizione. Certo l'uomo è una specie da "branco" e viva i gruppi, viva le coalizioni, le appartenenze, le condivisioni. Non capisco tuttavia come poter avere sentimenti di appartenenza e di condivisione salvaguardando il proprio individualismo. Come si può cioè vivere in "branco" senza obbidire al "branco"?

Alex 16 Dec 2010

Stato e Chiesa sono sempre serviti per rendere la gente mansueta..per non parlare della tv, concordo pienamanete con l'articolo. Credo però che tante individualità debbano avere un minimo di coordinamento sennò si viene sbranati..o si può stare tutta la vita per i fatti propri, ma l'egoismo è forse peggio dell'omologazione.

anark 16 Dec 2010

tutto cio' dimostra la grandissima insicurezza, immaturita' di molte persone..conformarsi,bisogno di essere accettati...ansia,incapacita' di essere se stessi....

Liberospaziomentale 18 Dec 2010

Ottimo articolo.
Molto interessanti gli esempi che hai portato.

Complimenti

Ireneo 19 Dec 2010

Sono un docente e, di tutto quello che ho letto sull'autorità, nella pratica quotidiana,(almeno a livello personale)posso dire che :se per autorità , si intende esercitare una qualche pressione psicologica su persone più ''deboli', potrebbe esserci...ma non per il gusto di dominare e, nel mio caso, non intenzionalmente.Se mai, costretto dai comportamenti spesso provocatori di non pochi alunni, posso ricorrere ai mezzi che la regolamentazione scolastica , mi consente di adoperare per riportare il cosiddetto ordine, in aula...cosa alla quale (sbagliando), ho ricorso meno (devo dire)di quanto avrei dovuto.Stando alla mia esperienza. Altrimenti, di questa autorità, nell' insegnare, ne farei a meno, di farla pesare sugli alunni. Tanto più che è bello, istruire , far conoscere...Ma anche noi docenti, (come alcuni miei colleghi) dovremmo essere meno boriosi , arroganti...un po' di umiltà, non guasta mai. Per non parlare del dirigente, il quale è democratico PURCHE' si faccia quello che dice lui...A me , pare tanto che l'autorità, la stia subendo io e non gli alunni.Ormai , chi comanda , sono le famiglie, che negli ultimi tempi, hanno acquisito un potere maggiore ,nell'ambito scolastico.Poco manca che ci dicano quello che dobbiamo fare o dovremmo fare, dire, organizzare. Se Voi , poteste assistere ad un consiglio di classe, con i 4 rappresentanti dei Genitori, Vi divertireste... Altro, che autorità...!

Luter 27 Feb 2011

"Le prime figure autoritarie che incontriamo nella nostra vita sono i genitori: da essi dipendiamo totalmente e, tranne che in rari casi, non vogliono altro che il nostro bene."

RARI?

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